Fontanellato è un incantevole borgo medievale a pochi chilometri da Parma, tappa imprescindibile per chiunque voglia esplorare gli scorci architettonici e scoprire i sapori del territorio parmense.

Perchè merita una visita? Ci vengono in mente almeno 4 buone ragioni:

  1. Il centro del paese è dominato dalla Rocca Sanvitale, magnifico esempio di architettura castellare, massiccia ed elegante allo stesso tempo.
  2. La rocca è sede di alcuni celebri e controversi affreschi del Parmigiano, la cui interpretazione ha dato vita a interminabili dibattiti tra critici.
  3. La rocca ospita l’unica camera ottica ancora funzionante in Italia.
  4. Lungo i portici che circondano il fortilizio  sono disseminate ottime trattorie dove degustare specialità culinarie della zona, in primis i tortelli d’erbetta e il coniglio alla cacciatora.

Ma andiamo con ordine.

 

“Fontana lata”

Rocca Sanvitale Fontanellato

Fonte: italiainfoto.com

E’ interessante prima di tutto soffermarsi sul nome: “Fontanellato” deriva da “fontana lata”, che in latino significa “fontana larga”, per via delle acque sotterranee che scorrono sotto il paese e che alimentano i fontanili. I fontanili (anche detti risorgive), presenza tipica della pianura padano-veneta, sono essenzialmente delle sorgenti di acqua dolce di origine naturale che, a causa di particolari caratteristiche morfologiche del territorio e delle attività di bonifica svolte nel corso del tempo, tendono a emergere spontaneamente (fonte: parcocurone.it).

Il fossato che circonda la Rocca Sanvitale, uno dei pochi ancora ricolmi d’acqua, è frutto proprio di tale fenomeno di emersione spontanea, che gli uomini hanno, nel corso degli anni, imparato a controllare e favorire tramite alcuni “artifici”, come la costruzione di bacini e impianti di tubature.

Castello Fontanellato

Fonte: fontanellato.org

La Rocca Sanvitale fa parte dei “castelli del Ducato”, quella serie di roccaforti medievali che caratterizzano la provincia di Parma e Piacenza. Tra i più degni di nota, ricordiamo la Rocca di Soragna, tuttora abitata dal principe Diofebo VI (ultimo esponente della casata Meli Lupi), e il Castello di Torrechiara, fatto costruire da Pier Maria Rossi per la bella amante Bianca Pellegrini.

Ciò che di solito attira maggiormente i visitatori della Rocca di Fontanellato è la piccola e misteriosa camera che fu forse “studiolo”, forse sala da toeletta, più probabilmente bagno privato di Paola Sanvitale: la stanza di Diana e Atteone, così chiamata per via degli affreschi ivi eseguiti dal Parmigianino e raffiguranti un episodio delle Metamorfosi di Ovidio, il mito di Diana e Atteone appunto.

 

La “stufetta”

Apparentemente si tratta di un ciclo di affreschi a carattere mitologico, splendidamente realizzato per i coniugi Galeazzo e Paola Sanvitale da un Parmigianino appena ventenne, ma già così in anticipo sui tempi da avere l’intuizione di contaminare lo stile rinascimentale con venature manieriste.

Chiunque però decida di svolgere ricerche approfondite riguardo la stanzetta e l’affresco contenutovi, finisce col venire a conoscenza di interpretazioni contrastanti e dettagli decisamente inquietanti, sia sulla famiglia Sanvitale che sulle vicende personali del Parmigianino.

Stufetta Diana e Atteone Parmigianino

Fonte: parmigianino.org

Quando Parmigianino fu assoldato per affrescare la piccola stanza, la serenità della famiglia era da poco stata funestata da un tragico evento: pochi mesi prima aveva infatti perso la vita, subito dopo il parto, l’ultimo figlio maschio di Galeazzo e Paola Sanvitale.

Il ciclo di affreschi realizzato dal giovane pittore rappresenta la vicenda di Atteone, un cacciatore che, durante una battuta di caccia, inavvertitamente scorge la dea Diana immersa in una fonte, e per punizione viene da essa trasformato in un cervo e sbranato dai suoi stessi cani.

Affresco Diana e Atteone Parmigianino

Fonte: rebstein.wordpress.com

Il significato della storia, ribadito anche dalle iscrizioni latine che corrono lungo il fregio, è chiaro, e riguarda la miseria della condizione umana: la sorte avversa può colpire chiunque, in qualsiasi momento, anche chi è privo di colpa, o chi commette involontariamente un errore. L’analogia tra la fine di Atteone e quella dell’ultimogenito dei Sanvitale è evidente: entrambi vengono puniti senza una ragione. E’ il crudele destino che, in maniera totalmente imperscrutabile, sceglie chi può continuare a vivere e chi invece deve morire.

Sufetta di Diana e Atteone affresco Parmigianino

Fonte: rebstein.wordpress.com

Vi è un particolare dell’affresco che sembra avallare questa ipotesi: un angelo, con occhi spiritati e un’espressione inquietante, che abbraccia il neonato e sembra portarlo via con sé, nell’aldilà (fonte: luoghi misteriosi.it).

 

Parmigianino e l’alchimia

L’affresco di Diana e Atteone è stato anche interpretato alla luce del presunto interesse di Parmigianino per l’alchimia e le dottrine ermetiche: alcuni studiosi hanno infatti individuato nella figura di Atteone (che è un uomo ma nell’affresco ha sembianze di donna) un simbolo della congiunzione, di unione tra maschile e femminile, che per gli alchimisti si traduce in fusione tra Solfo e Mercurio, cioè tra Sole e Luna (fonte: airesis.net).

E’ Giorgio Vasari il primo studioso a collegare Parmigianino all’alchimia, in un’accezione per altro totalmente negativa: nella biografia dedicata al pittore, lo descrive come un uomo che, negli ultimi anni di vita, dilapidò denaro, tempo ed energie inseguendo l’illusione di potersi arricchire smisuratamente praticando l’ars alchemica.

Fonte: notizie.parma.it

Fonte: notizie.parma.it

Una passione che, sempre secondo Vasari, portò il pittore alla rovina, al deperimento fisico e alla morte precoce: sembra infatti che gli insuccessi professionali (il più clamoroso fu quello con i fabbricieri della Chiesa della Steccata, che giunsero addirittura a farlo incarcerare per inadempienza), i continui cambi di residenza e i cattivi rapporti con i parenti fossero dovuti proprio al suo amore quasi folle per le pratiche alchemiche, che lo assorbivano a tal punto da indurlo a trascurare tutto il resto (fonte: Le Vite, Vasari 1550).

Non è del tutto chiaro quanto il Parmigianino fosse dedito all’alchimia e quanto questa abbia effettivamente contribuito all’ingloriosa fine dell’artista (consumato da una malattia fulminante). Consultando altri testi oltre a Le Vite, si scopre che il Vasari era uomo troppo “pratico” per comprendere quanto l’alchimia fosse, nel Cinquecento, più una questione di innalzamento spirituale e ricerca della perfezione che un “alambiccarsi” in laboratorio nel tentativo di tramutare il metallo in oro.

Nel saggio “La vita e l’arte” di Francesca Marini, contenuto nell’edizione speciale per il Corriere della Sera del volume “Parmigianino”, viene spiegato che all’epoca in cui visse il pittore la pratica dell’alchimia costituiva un insieme di saperi scientifici, filosofici, mistico-religiosi, e rientrava a pieno titolo nella ricerca della bellezza assoluta, che in arte si traduceva nel

«raggiungimento di un’idea densa di comunicativa, in base alla quale la forma naturale assume nuovi rapporti di proporzione, non per forza organizzati in base alla percezione visiva, quanto piuttosto ordinati in virtù di un armonia intellettuale e simbolica».

Parmigianino Diana Atteone Stufetta Fontanellato

Fonte: hortibus.blogspot.com

In ogni caso la lettura “alchemica” del ciclo di Diana e Atteone, sebbene abbia riscosso particolare fortuna, sembra non avere alcun fondamento reale, se non altro perché l’interesse di Parmigianino per l’alchimia iniziò negli ultimi anni di vita, mentre gli affreschi di Fontanellato risalgono al periodo giovanile dell’artista.

Per un ulteriore approfondimento sul rapporto tra Parmigianino e le scienze arcane, vi rimandiamo all’interessante saggio di Alessandro Ruffino.

 

La camera ottica

Camera Ottica Fontanellato Rocca Sanvitale

Fonte: fontanellato.it

Nella Rocca Sanvitale c’è anche un’altra piccola stanza che attira ogni anno migliaia di turisti. Alla fine del giardino pensile, nel torrione che si affaccia sul fossato, c’è una stanza buia e umida, priva di finestre, caratterizzata da un odore salmastro: si tratta della Camera Ottica, l’unica ancora funzionante in Italia.

Detta così sembrerebbe un’inospitale segreta piuttosto che un’attrazione turistica, un luogo in cui venivano rinchiusi gli ospiti indesiderati, e in effetti così dicendo non ci si allontana dalla verità: anticamente il torrione racchiudeva una prigione a più piani.

Oggi però la camera ospita un marchingegno che quando fu costruito era assolutamente all’avanguardia, e ancora oggi non smette di stupire. Un raffinato gioco di prismi e specchi consente infatti, a coloro che si ritrovano al buio dentro la stanza, di osservare ciò che avviene fuori, nella piazza antistante il castello.

Camera Ottica Fontanellato

Fonte: travelgeo.it

Quasi un artificio magico, che consentiva ai signori del castello e ai cortigiani di osservare quello che facevano i loro sudditi senza essere visti. Ma non si trattava di un subdolo e paranoico sistema di “spionaggio”: le fonti testimoniano infatti che i nobili dell’Ottocento utilizzavano la Camera Ottica per intrattenere ospiti e appassionati con un gioco di società.

Se siete interessati a indagare la meccanica alla base della camera ottica e la storia dei suoi sviluppi successivi, vi rimandiamo a un articolo sulla storia della fotografia.

 

Ovviamente questa è stata una prima tappa, Fontanellato non si esaurisce con la Rocca Sanvitale. Vi invitiamo quindi a continuare a seguirci, nei prossimi articoli vi parleremo ancora di questo magnifico borgo, dei suoi luoghi e della sua storia.

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